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DJANGO REINHARDT, IL GENIO EUROPEO

 

Potevo avere poco più di 12 anni quando mi feci cambiare, dal mio negoziante di fiducia, un 33 giri che avevo comprato senza convinzione. Su suggerimento di mio zio, mi feci dare un disco della Fonit-Cetra dal titolo "Deux géants du jazz", contenente, da un lato, i grandi successi di Sidney Bechet e, dall'altro, quelli di Django Reinhardt. Di Bechet avevo già ascoltato il celeberrimo "Petite fleur", ma Django Reinhardt... chi era? Fu una rivelazione! Rimasi colpito non appena ascoltai “Nuages”, la sua composizione più famosa, e poi via via “Swing guitars”, “Swanee River”, “Swing 39”… Ascoltai per giorni quel disco, senza mai annoiarmi. Ma chi era questo chitarrista? Chiesi a mio zio che, qualche giorno dopo, mi regalò il libro “Jazz” di Arrigo Polillo. Corsi subito a leggere il capitolo dedicato a Django Reinhardt e così scoprii, con la massima meraviglia, che questo chitarrista di origini zingare, suonava in quel modo stupefacente pur non potendo utilizzare l’anulare e il mignolo della mano sinistra, a causa di un incidente. Quello che mi colpiva era non solo la velocità e la “potenza” di esecuzione, ma anche la poesia che pervadeva i suoi personalissimi assoli e accompagnamenti.

Nei giorni successivi mi feci prestare tutti i dischi che mio zio aveva di Reinhardt e cominciai a cercarne anche io. Devo dire che negli anni ‘80 non c’era molto materiale riguardante Django (una mia lettera scritta e pubblicata su “Musica Jazz” lo confermava); solo successivamente la casa francese Frémeaux ha ristampato l’integrale della sua opera e, negli ultimi anni, sono stati pubblicati libri riguardanti la figura del mitico chitarrista.

Django era nato a Liverchies, in Belgio, nel 1910 da una famiglia di zingari nomadi. Da piccolo aveva dimostrato passione e predisposizione alla musica e, infatti, poco più che adolescente, già suonava professionalmente il banjo-chitarra, facendo parte di alcune orchestrine musette. Le sue prime incisioni risalgono al 1928, quando aveva ancora l’utilizzo delle cinque dita della mano sinistra! Proprio una di quelle sere, dopo aver suonato in una sala da ballo fino a notte fonda e  ritornando stanchissimo nella roulotte in cui abitava insieme con la moglie alle porte di Parigi, successe l’episodio che gli cambiò la vita per sempre. Django entrò silenziosamente per non svegliare la moglie, ma proprio quest’ultima, udendo i passi, si alzò dal letto accendendo una candela che diede luce flebilmente; accidentalmente urtò un vaso di fiori di celluloide poggiato sul tavolo. I fiori presero fuoco e, in men che non si dica, la roulotte fu invasa dalle fiamme. Django mise in salvo la moglie ma lui rimase intrappolato tra le fiamme; fu tirato fuori dagli altri zingari lì accampati che avevano udito le grida. Ne uscì malconcio: si era ustionato in modo grave la gamba, il braccio e la mano sinistra. In particolare l’anulare e il mignolo che rimasero anchilosati. Per un chitarrista avere questo handicap significava mettere fine alla propria carriera di musicista. Fu un brutto periodo per lui, ricoverato per diciotto mesi in un ospedale per la degenza: cosa avrebbe fatto quando sarebbe ritornato alla vita normale? Si sentiva perso, finito…

Ed ecco che accadde un fatto inaspettato. Suo fratello  Joseph (chitarrista anche lui) un giorno gli portò in ospedale una chitarra, forse per dargli modo di trascorrere meno noiosamente la giornata. Poteva sembrare un controsenso o una crudeltà da parte del fratello, ma Joseph non fece mai cosa più giusta. Django cominciò piano piano a suonare la chitarra e creò una tecnica tutta sua che prescindeva, o quasi, dall’utilizzo dell’anulare e del mignolo della mano sinistra. Dopo sei anni, nel 1934, ritornò in sala di registrazione con una formazione che comprendeva, oltre a lui e al fratello, il violinista Stéphane Grappelli, il contrabbassista Louis Vola e un terzo chitarrista, Roger Chaput. Era nato il “Quintette du hot club de France”, e fu una vera rivoluzione in Europa. Il successo fu straordinario e presto cominciarono anche le collaborazioni con i musicisti americani di passaggio a Parigi (Coleman Hawkins, Benny Carter, Bill Coleman, Rex Stewart…): si narra anche che, una notte, Django e Louis Armstrong suonarono insieme in un club fino alle prime luci dell’alba. L’eco del successo di questo mirabolante chitarrista dalla tecnica e dal gusto sopraffino giunse fin negli Stati Uniti, tanto è vero che nel 1946 Reinhardt fu invitato a suonare oltreoceano dal grande Duke Ellington. L’occasione era ghiotta: si trattava di concerti alla Carnegie Hall e per Django poteva essere la definitiva consacrazione di miglior chitarrista di jazz del momento. Ma Django era uno zingaro e, come tale, non amava rispettare le regole: si sentiva uno spirito libero al di là di ogni convenzione. La prima sera si presentò in ritardo al concerto mentre la seconda sera fu introvabile: fu così che terminò la sua avventura americana e dovette ritornare mestamente in Francia.

In Europa continuò la sua attività musicale, modificando spesso l’assetto del quintetto (clarinetto o sax al posto del violino), affiancandola alla sua passione per la pittura; inoltre, per adeguarsi ai tempi che cambiavano, già da qualche tempo aveva adottato l’uso della chitarra elettrica, sostituendola alle famose Maccaferri-Selmer.

All’inizio del 1949 Reinhardt venne anche in Italia per una serie di concerti alla “Rupe Tarpea”, cabaret chic di Roma, lasciandoci varie e pregevoli incisioni con Grappelli -senza dubbio il partner ideale- al violino e una ritmica tutta italiana. In quel periodo Carlo Loffredo ebbe modo di suonare con Django in più di un’occasione; proprio Loffredo mi ha raccontato un aneddoto che vale la pena di riportare. Durante una serata alla “Rupe Tarpea”, uno degli avventori, un “cummendatur” milanese, richiese a Django un brano di Charles Trenet, il famoso “Ménilmontant”. Reinhardt eseguì, come sempre magistralmente, il brano, caratterizzandolo alla sua maniera. Al termine dell’esecuzione, lo stesso signore richiese lo stesso brano: Django ne fu felice, pensando che il brano fosse piaciuto in modo particolare, e rieseguì “Ménilmontant” con ancora maggiore enfasi. Beh, non potreste mai immaginare, ma alla fine il “cummendatur” tirò una scarpa a Django, reo, a suo avviso, di non aver voluto soddisfare la sua richiesta! L’altolocato caprone non aveva capito nulla! A suo favore, solo il fatto di aver anticipato i tempi sui lanci delle scarpe e di non averlo ghettizzato alla sola politica (Bush docet)!

Negli ultimi periodi Reinhardt suonò spesso in formazioni “allargate”, composte soprattutto da giovani musicisti di estrazione bop: anche in questi contesti, primeggiò formidabilmente. Ma Django ci abbandonò troppo presto: morì nel 1953, a soli 43 anni, a Samois-sur-Seine, piccolo paese alle porte di Fontainebleau, mentre era al bar con amici, a causa di un’emorragia cerebrale.

Reinhardt era semianalfabeta, forse rude nei modi e imprevedibile, ma di sicuro aveva una gran sensibilità inespressa: amava Bach, Bartok, Debussy, Ravel e le sue composizioni rappresentano delle autentiche chicche.

Tanti, tantissimi sono stati e sono gli emuli di questo chitarrista e tanti si sono ispirati a lui (Les Paul, Jo Pass, Barney Kessell), ma -è innegabile- l’arte di Django non sarà mai eguagliabile, come Rex Stewart sancì nell’affermazione “Django è di quei musicisti come ne esistono uno per secolo”.

Numerose sono le incisioni che ci ha lasciato, uno solo il video in cui riusciamo a vederlo suonare… vorremmo tornare indietro col tempo per partecipare ai suoi concerti, magari portandoci dietro una delle odierne videocamere… una follia, vero? Ma lasciateci ancora modo di sognare…

 

                                                                                                                            VINCENZO BARBATO

 

 

 

 

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