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FACCIAMO UNA BAND...?

(Milan College Jazz Society Story)

 

 

Gli anni passano con una tale velocità che, senza che te ne renda conto,  in tempi rapidissimi ti ritrovi da giovanissimo a (come dicono i francesi) “agè”! E inevitabilmente partono progressivamente crepe vistose che ti ricordano quotidianamente che il viale del tramonto psicofisico è dietro l’angolo. Una delle crepe più fastidiose è quella della memoria. Chi, tra coloro della mia generazione non soffre di queste frequenti amnesie che ti fanno spesso dimenticare il nome della persona che ti sta davanti e che non vedi da un po’ di tempo? E allora ti arrampichi sui vetri, dici che ti ricordi benissimo di lui (o di lei), ripeti che la fisionomia ti è ben chiara, che l’aspetto non è cambiato affatto, che sembra addirittura ringiovanito, per concludere alla fine e con sempre più evidente imbarazzo “ma insomma chi sei?” E parlo dei nomi. Ma la stessa cosa si verifica con altri episodi di vita quotidiana e sempre più frequentemente.

Ma per fortuna questa sorta di “nebbia mentale” colpisce normalmente la cosiddetta memoria recente e risparmia viceversa la memoria storica. Non ricordi quello che hai fatto sei mesi prima ma ricordi perfettamente quello che hai fatto cinquant’anni prima. Non tutto, certamente, ma le esperienze più importanti della tua vita, quelle sì.

Questo lungo preambolo mi porta al ricordo   lontano di una giornata della fine del 1950 (come vedete cinquantasette anni fa!) e, in particolare, ad una telefonata.

“Pronto, vorrei parlare con Gianni Acocella”.

“Sono io”.

“Mi chiamo Carlo Bagnoli e suono il banjo e la chitarra. Mi è stato detto che suoni il trombone e che hai un amico, Giorgio Alberti, che suona la tromba. E’ vero?”

“Si”.

“Facciamo una band?”

E la “band” venne fatta. A questo nucleo di giovanissimi universitari, aspiranti musicisti, si aggiunsero attraverso non facili ricerche (a quei tempi i giovani che suonassero del jazz erano veramente molto pochi) altri aspiranti musicisti, tutti dilettanti e, dopo alcuni ritocchi e sostituzioni, il gruppo finalmente fu completato. Con Bruno Veronese al pianoforte (quasi subito sostituito con Giorgio Cavedon), mio fratello Gigi al contrabbasso, Bob Valenti al clarinetto e Attilio Rota alla batteria.

E fu la MILAN COLLEGE JAZZ SOCIETY. Il gruppo che in tempi incredibilmente brevi bruciò letteralmente le tappe del successo e della popolarità, fino a diventare un riferimento preciso e importante del jazz tradizionale italiano. Iniziò una attività che, dati i tempi, fu straordinaria, considerando che tale attività era necessariamente condivisa con quella degli studi universitari di quasi tutti i componenti del gruppo e, nel caso di Rota e di mio fratello, con impegni di lavoro impiegatizio. Concerti in ogni parte d’Italia, in Francia (memorabile la partecipazione al Festival del Jazz di Parigi del 1953 dove la MCJS vinse il concorso come miglior gruppo amatoriale europeo), esperienze entusiasmanti, come il concerto al teatro Alfieri di Torino con Sidney Bechet o l’incontro con Louis Armstrong. Insomma un periodo di grandi successi e riconoscimenti che, data l’età che avevamo, ci riempì di enorme gratificazione ed entusiasmo.

Con il passare del tempo molti componenti, per vari motivi, professionali e non, lasciarono il gruppo e vennero sostituiti. Furono in molti a far parte della MCJS. Sia musicisti dilettanti, anche molto bravi (uno su tutti:Bruno Longhi) che professionisti (Palumbo, Ratti, Sola, Tomelleri). Ma nelle varie formazioni con le quali si presentava la Milan College, in questa girandola di musicisti che ne entravano e uscivano, rimaneva costante la permanenza nel gruppo del nucleo originario, di quei tre universitari che ne determinarono la nascita: Acocella, Alberti ed io.

Poi,  alla fine degli anni 70,arrivò anche Lino Patruno,il quale, oltre a suonare la chitarra e il banjo (io nel frattempo ero passato al sax baritono), fornì un apporto organizzativo formidabile. E grazie a lui iniziarono le collaborazioni con i grandi solisti americani: Wild Bill Davison, Bud Freeman, Joe Venuti, Eddie Miller, Billy Butterfield, Jimmy McPartland, Barney Bigard, Ralph Sutton, George Masso, Bob Wilber, Kenny Davern, Dick Cary, Jank Lawson, Peanuts Hucko, per citarne alcuni. E tutto questo sempre sull’onda di un successo che pareva non dovesse finire mai.

Poi, si sa, i circuiti organizzativi si esauriscono. I sentieri del jazz li avevamo percorsi tutti, e più di una volta, e fu quindi inevitabile che il gruppo prima attenuasse e poi, definitivamente, cessasse l’attività.

Ma, nonostante questo, la Milan College non fu mai dichiarata “ufficialmente” morta.

Mi piace pensare che sia ancora viva nel ricordo non solo di noi che ne abbiamo fatto parte e la storia, ma anche di molti appassionati che molto spesso, nell’esercizio della mia attività musicale, mi ricordano i tempi gloriosi di questo gruppo entrato di diritto nel panorama del jazz italiano.

 

                                                                                                                                                     

                                                                                                                                            CARLO BAGNOLI

 

 

 

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