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FLYING TO NEW ORLEANS

 

Nel 1977, durante una crociera ai Carabi, approfittando dello stop di tre giorni a Miami, con due amiche che erano a bordo, dall’aeroporto di Orlando, mi recai a New Orleans. Era la prima volta e l’impatto fu straordinario; leggere le insegne dei locali (Preservation Hall, Mason Bourbon, Mahogany Hall), i nomi delle vie (Basin Street, Canal Street, Bourbon Street), i nomi dei battelli sul Mississippi (Natchez, President, Creole Queen) mi riempivano di entusiasmo e la gioia di trovarmi nella città che diede i natali al jazz era senza precedenti.
Alla Preservation Hall ascoltai una band con alcuni veterani di New Orleans ma la musica non era più la stessa della band di George Lewis che aveva suonato lì per anni e che avevo ascoltato a Roma nella seconda metà degli anni '60 in un concerto organizzato da Adriano Mazzoletti alla RAI. Visitammo la città in gran fretta in quanto il tempo a disposizione era veramente poco. L'ora della partenza ci riportò alla realtà e con gran dispiacere lasciammo la città del jazz ma con la promessa a me stesso che ci sarei ritornato quanto prima.

 

 

 

Sette anni dopo, nell’aprile del 1984, io e Oscar Klein, fummo invitati da un agenzia di viaggi proprio a New Orleans in occasione del Festival del Jazz. . L’invito non poteva essere più ben accetto e subito “prendemmo possesso” della città. Con noi c’era anche il trombonista Luciano Invernizzi con sua moglie e i suoi due figli e dopo un paio di giorni, grazie proprio a Luciano, fummo invitati a prender parte al funerale di un pianista appena scomparso (cosa non facile anche per coloro che vivono a New Orleans).
Fu un’esperienza indimenticabile seguire quel feretro assieme alla brass band che intonava i motivi più noti del repertorio gospel e tornare dal cimitero a suon di marcia. Oscar e Luciano si unirono alla band mentre la cosa non fu possibile per me perché il banjo non è previsto nelle street parade.

 

 

 

Da quel momento in poi suonammo praticamente “a tempo pieno” invitati dalle orchestre più importanti della città del delta come i Dukes of Dixieland e gli attori-vocalist del musical “One Mo’ Time” che a New Orleans stava riscuotendo uno straordinario successo.
Tornati in Italia sentimmo la nostalgia per quella città e spesso ci ritrovavamo a intonare le note della canzone “Do You Know What it Means to Miss New Orleans”.
L’anno successivo, esattamente nel febbraio dell’85, in occasione del “Mardi Gras”, sempre su invito della stessa agenzia di viaggi, tornammo ancora New Orleans; questa volta con noi c’erano anche il clarinettista Bruno Longhi e il giornalista Luca Cerchiari.
A New Orleans suonammo in jam session con la Creole Rice Jazz Band, la Andrew Hall Society Jazz Band, Louis Nelson, Banu Gibson, Wallace Davenport, Orange Kellin, Geoff Bull, Jacques e Nathalie Gauthè, Lou Cino (trombonista della band di Louis Prima), Lars Edegran, Lillian Bouttè, John Royen, Steve Pistorius, Emory Thompson, Roy Liberto, Lloyd Lambert, Linda Hopkins, Clem Tervalon, John e Wendell Brunious, Sadie Goodson (che aveva suonato il pianoforte negli anni ’20 con la band di Buddy Petit) e Jeannette Kimball (anche lei pianista negli anni ’20 con Oscar “Papa” Celestin nei primi dischi incisi a New Orleans).

 

 

 

Una sera successe un fatto che vale la pena di raccontare: io, Oscar e Bruno decidemmo di cenare sul Mississippi a bordo del riverboat “Creole Queen”. A bordo c’era un gruppo dixieland costituito da musicisti un po’ “scarsi” e ad un tratto Oscar, dal momento che avevamo gli strumenti sempre con noi, andò verso di loro per chiedere di ospitarci a suonare con loro. Mentre stava tornando verso il nostro tavolo io e Bruno ci accorgemmo che i musicisti gli stavano ridendo dietro. Arrivato al tavolo gli chiedemmo cosa avesse potuto provocare l’ilarità del gruppo e lui:
“Forse perché ho detto loro che veniamo dall’Italia, e quindi avranno pensato a “O’ sole mio” o “Sul mare luccica”; comunque ci hanno permesso di suonare con loro”; e Bruno incazzatissimo: “Bene, adesso andiamo lì e gli facciamo un culo così!”. E così fu! Ci mancò poco che non si nascondessero sotto i tavoli.

 

 

 

E vorrei ora ricordare alcuni episodi il cui ricordo è ancora vivissimo: la prima volta che andai a new Orleans, un pomeriggio in un locale di Bourbon Street ascoltai una band che aveva come pianista un ragazzino che poteva avere una decina d’anni. Alla fine del set il giovanissimo musicista passò per i tavoli offrendo un suo LP nel quale suonava con dei fuoriclasse della città; logicamente lo comperai e dopo averlo ascoltato lo riposi nella mia chilometrica collezione di dischi.
Passò il tempo e dopo tanti, tanti mi ritornò fra le mani quel disco.; lessi il suo nome sulla copertina e feci un sobbalzo; quel ragazzino era Harry Connick Jr. che avrebbe avuto nel tempo grande successo sia come cantante che come pianista e direttore d’orchestra.
Un’altra volta io e Oscar incontrammo un signore anziano che aveva legato la sua bicicletta a un palo della luce. Siccome era in difficoltà ci offrimmo di aiutarlo. Quel signore era il tenorsassofonista Pud Brown che aveva fatto parte della band di Jack Teagarden negli anni ’50 con il quale aveva girato alcuni video che avevo trovato e conservato gelosamente.
Un pomeriggio in un bar incontrammo la cantante Sylvia “Kumba” Williams che era stata una delle interpreti della prima versione di “One More Time” e che avevamo visto come comprimaria nel film “Complesso di colpa” di Brian De Palma del 1975 con Cliff Robertson e Geneviève Bujold.
Nella Hall dell’Hotel Marriott incontrammo il trombettista Alvin Alcorn che suonava assieme a un contrabbassista. Era un po’ poco per intrattenere i clienti di un grande albergo ma Alvin ci disse che il direttore non poteva permettersi più di due musicisti. Quando mi vide con la chitarra a tracolla, me la fece sfoderare e mi pregò di suonare con lui. Non gli sembrava vero; finalmente suonava con degli accordi sotto. Ebbene quel signore fu uno dei primi musicisti di jazz che vidi nella mia vita: era venuto in Italia nel 1956 come trombettista della Creole Jazz Band del trombonista Kid Ory e io ero stato lì al Teatro Smeraldo di Milano pieno zeppo fino all’inverosimile (il rock ’n roll non era ancora arrivato a far danni). Fu una grande emozione assistere a quel concerto che non dimenticherò mai.

 

 

 

Qualche mese prima (o dopo) avevo assistito al concerto che Louis Armstrong aveva dato al Teatro Nuovo di Milano con i suoi All Stars e alla fine del concerto avevo atteso i musicisti all’uscita della porta di servizio per poster avere i loro autografi e così ricordo di averlo chiesto soltanto ad Armstrong perché Trummy Young, Edmond Hall e gli altri nel frattempo erano scomparsi.
Tra gli altri musicisti di New Orleans che incontrai non a New Orleans ricordo Louis Prima e Sam Butera. Ero a Las Vegas con il giornalista Giuliano Fournier e andammo a trovarli il un locale che lasciava molto a desiderare. Stavano suonando i soliti loro successi da “Buonasera signorina” a “Oi Marì” ma il gruppo che li accompagnava non era quello di un tempo bensì un quartetto di capelloni rockettari che sembravano la brutta copia dei Beatles. Evidentemente Louis Prima voleva essere al passo con i tempi ma il risultato era alquanto triste. Dopo la pausa li avvicinammo e Giuliano li intervistò con un registratore sempre pronto per l’uso. Ci raccontarono della difficoltà di scritture e che era tutto diverso. Non avremmo mai pensato allora che una decina di anni dopo sarebbe ritornata con grande successo la moda del Jive.
Un altro musicista molto legato alla musica di New Orleans, anche se nato a Baltimora, fu il sassofonista Benny Waters che nel 1928 suonò con l’orchestra di Joe “King” Oliver a Chicago e a New York. Incontrai Waters a Nizza negli anni ’70 e lo invitai verso la fine degli anni ’90 al Festival di San Marino con il suo quartetto. Era pressoché cieco e scomparve poco tempo dopo nel 1998 all’età di 98 anni.

 

 

 

Fra i musicisti che militarono con King Oliver e con i quali ho suonato vorrei ricordare Albert Nicholas e Barney Bigard a cui ho dedicato un capitolo a parte.
Tra gli altri incontri con musicisti di New Orleans ricordo il tenorsassofonista Andrew Morgan fratello del leggendario Sam Morgan che incrociai in una strada di Aosta. Io ero lì per il teatro, lui era lì per un concerto, ospite della Bovisa New Orleans di Luciano Invernizzi. Andrew Morgan con la band del fratello Sam aveva inciso i primi dischi effettuati a New Orleans negli anni ’20 assieme a quelli incisi da Oscar “Papa” Celestin.
A Milano invece suonai con il batterista Freddie Kohlmann, uno dei grandi della musica di New Orleans che, nato nel 1918, negli anni ’30 aveva suonato a Chicago con Albert Ammons, Stuff Smith e Earl Hines, e negli anni ’50 con Louis Armstrong.

 

 

In tempi recenti ho suonato con Evan Christopher , giovane clarinettista di scuola New Orleans nato in California nel 1974 ma residente a New Orleans.
Evan ricorda molto da vicino Edmond Hall e senza esagerare credo sia il miglior clarinettista di scuola New Orleans oggi. Ha fatto parte della Jim Cullum Jazz Band di San Antone (Texas) e ha inciso diversi CD fra i quali uno con il grande pianista Dick Hyman.
Evan ha preso parte al concerto da me organizzato per ricordare Eddie Condon al Festival di Ascona poi pubblicato su CD dalla Jazzology ed è venuto spesso a Roma ospite del mio gruppo in concerto e al New Orleans Cafè.

 

 

 

Nell’agosto del 2008 assieme a Renzo Arbore ho organizzato un grande concerto a Salaparuta che ha visto la partecipazione di Jimmy La Rocca figlio di Nick che incise il primo disco della storia del jazz nel 1917.
JImmy vive a New Orleans e dirige la sua Original Dixieland Jazz Band della quale fa parte il batterista Davis Hansen suo manager e consigliere.
Con Jimmy e con Arbore abbiamo realizzato un documentario televisivo in cui vogliamo dimostrare che il jazz è stato creato dagli italiani in America, anzi: dai siculo-americani.  

 

 

 

Sono tanti anni che non mi reco più a New Orleans anche perché gli amici mi dicono che ogni anno che passa c’è un locale jazz di meno e due di rock di più. Peccato! Non c’è rimasto altro che ascoltare i dischi dei grandi del jazz e se ci riusciste, cercatevi il film “Pretty Baby” di Louis Malle che ne ha colto l’aspetto storico e di costume più convincente; un film che dovrebbe stare nella videoteca di ogni appassionato di New Orleans.

 

                                                                                                                                LINO PATRUNO