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HOT JAZZ

 

Da oltre quaranta anni a questa parte Lino Patruno svolge una tanto intensa quanto prestigiosa attività concertistica e discografica a favore della musica “dixieland”, al punto di assurgere quasi a sinonimo di questa -ahimè!- negletta (almeno in casa nostra dove la critica è dominata da soloni con la puzza sotto il naso, tanto presuntuosi quanto ignoranti nei confronti del jazz tradizionale) forma di jazz che ebbe il suo indiscusso alfiere nel mitico Bix.

La nostra conoscenza e collaborazione risale agli anni cinquanta quando insieme propiziammo i primi tours italiani ( e relative incisioni per la Durium, la Carosello e la FDC) di illustri esponenti della scuola dixieland-chicago, da Jimmy Mc Partland a Bud Freeman, da Wild Bill Davison a Ralph Sutton, da Eddie Miller a Bob Wilber, per citarne solo alcuni. Furono delle vere e proprie imprese, per non usare il termine crociate, portate aventi con tanto entusiasmo ma anche con altrettanta incoscienza, ma i risultati ci ripagarono ampiamente dei sacrifici, anche economici, fatti per una causa nella quale credevamo ciecamente.

Avevamo un comune denominatore stilistico rappresentato da Eddie Condon, il chitarrista-impresario che più di ogni altro jazzmen al mondo ha contribuito alla diffusione e quindi alla piena affermazione della musica dixieland prima a New York, basti pensare ai  suoi celeberrimi club, e quindi in tutto il mondo grazie alle sue storiche registrazioni per la Commodore, la Decca, la Columbia dal 1938 al 1957. Al prode Eddie Lino ha dedicato un numero impressionante di concerti con la partecipazione di illustri dixielanders (da San Marino ad Ascona, per ricordare solo i più celebri) e alcune superbe sedute di incisione, tra cui meritano di essere ricordare quelle pubblicate negli Usa dall’etichetta Jazzology. Da parte mia ho cercato di onorarne la memoria attraverso la pubblicazione di monografie, discografie (l’ultima edizione è stata pubblicata dal Museo del Jazz di Genova ed è acquistabile attraverso il sito www.italianjazzinstitute.com), dischi (proprio in questi giorni sto lavorando ad un progetto di Cd con materiale inedito) e libri (il capitolo della mia ultima opera dedicato ai “Chicagoans” costituisce, lo dico senza presunzione, un documento di basilare importanza per lo studio della genesi e dello sviluppo di quella tanto significativa quanto misconosciuta corrente stilistica.

Un altro nostro idolo è rappresentato dal già citato Bix, al quale, su piani diversi, abbiamo reso non pochi tributi: pensiamo ai concerti e ai dischi che Lino continua a realizzare in memoria del cornettista di Davenport  e agli inserti e correlative incisioni pubblicati dallo scrivente su Musica  Jazz sino all’approfondita analisi  del basilare contributo fornito da Beiderbecke all’evoluzione di una scuola che i jazzmen bianchi che lo avevano preceduto non erano stati in grado di far uscire da sterili tentativi di imitazione dell’hot-jazz nero.

Su quest’ultimo punto, e più precisamente sull’apporto di Nick La Rocca e compagni di ventura, i  pareri di Lino e i miei divergono. Lino esalta il ruolo di La Rocca soprattutto in funzione della cronologia delle incisioni. Io tendo a dimostrare (un tema questo ampiamente approfondito nel 1° volume di “Hot Jazz” dedicato alla Scuola New Orleans) che si trattò solo di un sorpasso in curva a danno della band di Freddie Keppard (alias Original Creole Orchestra).

Ma queste legittime discordanze di vedute sulla primogenitura del jazz nero su quello bianco non intaccano minimamente la comune passione per Bix e per Condon, né lo stretto rapporto di amicizia e di affetto fraterno che ci lega da tanti anni e che, ne sono certo, continuerà ad unirci nella strenua difesa della causa del jazz tradizionale.

                                                     

                                                                                                                            Giorgio Lombardi

 

 

 

             

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