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IL JAZZ BIANCO DEL DIXIE

 

Alla ricerca del jazz, parte seconda. Deluso da Aosta e da Dee Dee Bridgewater sono finito a Bologna, dove invece di piazza Chanoux c'è piazza Maggiore, ma sempre paesone è. Altra gente, questo bisogna dirlo. Con la ricchezza che gliela vedi, non c'è bisogno di andarla a cercare nei dati del Censis. Carambolano pellicce che è un piacere sotto i portici e davanti a vetrine che non sembrerebbero sapere molto della Crisi. Impazza il delirante rito del regalo natalizio, e qui non ha l'aria di essere un rito penitenziale. È domenica sera, ma i tuoi passi, in piazza, non li senti, non foss'altro perché c'è l'immarcescibile Beppe Maniglia che spara i suoi watt, con la moto, le casse, le cassette, i capelli lunghi, la faccia da fiondato di classe. Chissà quanti anni ha, Beppe Maniglia. E se ha una mamma. E cosa dice la mamma quando le chiedono: "Cosa fa suo figlio? E che regalo gli farà per Natale?"

A Bologna ci son finito per non mancare The Fabulous Italian Dixieland Jubilee. Robe che solo a Bologna si possono inventare. Tutto è nato dalla Doctor Dixie Jazz Band, complesso mitico, in città, un po' per il fatto di essere composto esclusivamente da liberi professionisti, jazzisti a tempo perso, e un po' perché poi a furia di tempo perso la Band ha compiuto 40 anni: grande festa, con musicisti da tutta Italia. Successone.

Così quest'anno, anche se 41 è un numero normale, hanno rifatto tutto, concertone, invitati, cortei per la città come a New Orleans, ecc. ecc. E l'hanno chiamato Jubilee. Per capirsi, bisogna specificare che Dixieland è il nome con cui di solito si definisce il jazz suonato dai bianchi, a partire dai primi anni venti, copiando gli stili musicali della New Orleans di inizio secolo (rigidamente nera). In due parole: jazz bianco. Che sarebbe un po' come dire zampone algerino. Una cosa, sulla carta, assurda. E che fosse assurda, i neri, al tempo, lo dicevano senza mezzi termini. Perfino uno come Bix Beiderbecke veniva digerito di malavoglia, nella certezza che Louis Armstrong, lui sì, suonasse il vero jazz. E Bix, soltanto qualcosa di simile. Quel che c'era di vero era che il jazz bianco era blues senza rabbia, ragtime senza bordelli, sincope senza miseria, e insomma jazz senza filosofia. Ciò faceva di quella musica la musica più cretina mai esistita, un caso quasi inimitabile, impareggiabile nel suo genere. Poche note di Dixieland e il mondo vi sembrerà poco più problematico di una pallina da tennis: e la vita una crociera: e la morte una balla colossale. Provare per credere.

In molti, domenica sera, sono andati a provare, al Palazzo dei congressi di Bologna, beccandosi quattro ore filate di Dixie, e uscendone, presumibilmente, completamente instupiditi, e, dunque, felici. lo per primo. Le Band venivano da Milano, Genova, Roma, perfino dal Ticino (non era vero Dixie, il loro, roba più raffinata). A me quella che è rimasta impressa è la OriginaI No Smoking Jazz Band (già il nome è cretino il giusto). In prima fila, come da protocollo, gli ottoni. Il clarinettista sembrava sceso ieri dal Titanic, gesti a metà tra il maitre d'hotel e il giocatore di poker, grandissima classe; alla tromba quello che vent'anni fa non ne faceva passare una (di donna) e ancora adesso si coltiva i capelli ondulati bianchi da abbagliare e quando scala gli acuti piega le gambe e getta indietro la testa, tutto studiato, mai fallito una volta; al trombone il tipico suonatore di jazz, cioè uno che di solito ha la faccia e il fisico del tuo postino, poi sale lì sopra, prende lo strumento in mano e diventa improvvisamente un altro, Superman, un fenomeno, col suo trombone luccicante nella mano destra e nella sinistra la gomma di uno sturalavandino per spernacchiare il suono come di dovere. In seconda fila, pianoforte, banjo (il fratello stupido della chitarra, è quello che dà a qualsiasi band di Dixie quella sonorità da radio scassata anni cinquanta senza il quale non sarebbe Dixie), contrabbasso e batteria.

Il sonoro ve lo dovete immaginare, perché la musica la si può anche raccontare ma non quando è divertimento puro, e polvere di pensieri, e schiuma di note, e nulla sincopato. Approssimativamente era come sentire un blues sfuggito da una coltivazione di cotone, sbiancato dal Tide, mandato a un college dell'East, da Iì espulso per uno scherzo un po' pesante alla preside, spedito a una scuola per dirigenti d'azienda, scappato anche da lì, finito a vendere hamburger in uno stadio di baseball, ma il venerdì sera si trova con gli amici e suonano in una cantina, bevuti fatti, e chissenefrega. Una cosa del genere. Ma un po' più bella.

                                                  

                                                                                                                          ALESSANDRO BARICCO

 

(Inviato da Gerardo Gargiulo, leader della “Original No Smoking Jazz Band”)


 

Clicca sulla foto per il video della Dr. Dixie Jazz Band