back

 

 

LE ROMAN NEW ORLEANS JAZZ BAND

 

Non so se debba essere Lino Patruno a ringraziare me o io lui per avermi dato la possibilità di fare una storia di tutte le "Roman New Orleans Jazz Band" che videro la luce dal 1949 ad oggi.Quello che è certo è che Lino si è rivolto alla sola persona in grado di ricordare tutto quello che di jazzistico è avvenuto a Roma dal primo arrivo di Louis qui da noi. Tutto cominciò quando in un pomeriggio d'inverno un manipolo di studenti su Vespe, "500" e a piedi, si dette appuntamento all'ex "Aeroporto dell'Urbe" ancora costellato di rottami di aerei per i bombardamenti americani, che la "LAI" , la mamma  della futura "Alitalia" , aveva alla bene e meglio messo in funzione affinché Roma avesse un aeroporto rabberciato alla meglio, ma pur essendo un aeroporto dove, si badi, potevano atterrare solo trimotori "Dakota", residuati di guerra. E proprio da uno di questi "Dakota" che apparve il nostro "mito" con la moglie Lucille a fianco. Che eravamo andati a fare all'Aeroporto dell'Urbe? Ma è chiaro: accogliere il Re del Jazz con la sola maniera che ci era concessa: suonando le sue musiche, quelle di New Orleans. Una trentina  di telefonate, non c'erano ancora i telefonini quindi si andava a gettoni nella TETI, e all'ora convenuta, tutti lì, con gli strumenti in mano stretti nei "Montgomery" sotto una tramontana che ti arrivava alle ossa e che solo l'imminenza di un avvenimento così storico, faceva ignorare. C'erano Marcello Riccio, Giovanni Borghi, Luciano Fineschi, Peppino D'Intino con l'inseparabile fratello Rodolfo, Ivan Vandor, Nino Masci (batterista e in seguito costruttore di batterie), Bruno Perris e Franco Nebbia che non potendo portarsi appresso il pianoforte era addetto ad agitare i cartelli di Benvenuto, ed io al contrabbasso. Non lo sapevamo ma in quel momento nasceva la "Roman New Orleans Jazz Band" perché fu proprio "Satchmo" la sera dopo il suo concerto, durante una memorabile "Jam Session" che io organizzai nella Villa di Sergio Sangiorgi quando Louis, che aveva portato con se Earl "Father" Hines e Jack Teagarden, a un certo punto mi chiese come ci chiamassimo... Io credo che gli risposi che "Non ci chiamavamo..." e lui ci battezzò all'istante con quel nome che doveva diventare storia. Io non ne facevo parte perchè a quel tempo ero preda del "BeBop" di Nunzio Rotondo che rappresentava la novità assoluta nel jazz.

Nel 1952 organizzai la partecipazione italiana al Festival del Jazz alla Salle Pleyel di Parigi organizzata da Charles Delaunay portando il sestetto di Nunzio Rotondo e la Roman New Orleans Jazz Band. Per la Roman l'impresa non fu certo facile in quanto si trovò a competere con i gruppi tradizionali presenti al festival tutti dediti alla musica di Bechet (Luter, Rewelliotty, Mavounzy) che allora a Parigi faceva il buono e il cattivo tempo. 

Nello stesso anno, in occasione della scrittura che la "Roman" ebbe da Walter Chiari e Carlo Campanini si verificò una situazione per la quale il contrabbassista di ruolo della band Pino Liberati, che di professione faceva l'insegnante, non poteva lasciare la scuola per gli otto mesi dell'impegno con "Tutto fa Broadway" (così si chiamava la rivista scritta da Marcello Marchesi) ed io fui ben contento di sostituirlo e in quell'occasione lasciai il contrabbasso per il "basso tuba", assai più di scena.

Avvenne ad un certo punto quello che accade in molte formazioni, prima uno, poi l'altro, poi un altro ancora lasciarono la "Roman". Per molti mesi della Roman non se ne seppe più niente.

Primo ad andarsene fu Luciano Fineschi che pensò bene di sfruttare un'altra sua capacità: essendo anche un ottimo pianista dotato di una capacità naturale di "show man" che gli derivava dal fatto di essere il nipote del famoso Armando Fineschi che negli anni '20 aveva avuto la più quotata compagnia di varietà di operette. Luciano lasciò la "band" e si trasferì a Milano a fare il piano-bar; poi fu la volta del pianista Giorgio Zinzi che, dopo una parentesi mistica che lo portò ad un passo dal prendere i voti, volò in Australia a fare l'insegnante di italiano, infine Bruno Perris che lasciò la chitarra e tornò a tempo pieno nell'Alitalia.

A riempire i "vuoti" arrivarono Umberto Cesari, un pianista fra i più estrosi che l'Italia abbia avuto, e il trombonista Carlo Capodieci con il quale incidemmo per "La Voce del Padrone" quattro "78 giri" fra i migliori che la "Roman" registrò a quel tempo. Ma Capodieci nella "Roman" ci rimase ben poco; a lui subentrò Marcello Rosa che molto tempo dopo fu sostituito da Alberto Collatina.

Ivan Vandor, l'unico tra noi che sapeva la musica, entrò a Santa Cecilia dove percorse una brillante carriera fino a diventare Direttore d'Orchestra.

Della vecchia "Roman" pian piano non ne rimase nessuno e Giovanni Borghi, che della band  si riteneva il leader, quando anche Marcello Riccio depose il clarinetto, decise che la "Roman" era deceduta ed io che naturalmente non ero di quell'avviso mi opposi e decisi di continuare su quella strada che mi era costata tanta fatica e che ci aveva gratificato di così tante soddisfazioni.

Decisi di metter su un'altra band che per correttezza chiamai "Seconda Roman New Orleans Jazz Band", operazione lecita a me che avevo contribuito alla nascita e allo sviluppo di quell'orchestra e che facendo precedere all'intestazione quel "Seconda" la poneva, come dire, in coda all'altra che restava chiaramente la "Prima".

Apriti cielo! Volarono querele e corsero avvocati e fra un mare di carte da bollo nasceva la "Seconda New Orleans Jazz Band" che iniziò quella che io definisco la sua marcia trionfale.

I nomi della "front line"? Gianni Sanjust al clarinetto, Piero Saraceni, il più "armstronghiano" di tutti i trombettisti che in sessant'anni di jazz ho incontrato e al trombone Peppino De Luca dotato di una "carica" enorme che gli faceva  perdonare qualche incertezza (essendo come tutti noi un autodidatta puro).

Erano nati gli "All Stars" di Piazza Bologna! Al pianoforte Mario Cantini o Jimmy Polosa e alla batteria una mia "scoperta": Roberto Podio.

Il primo impegno "internazionale" fu una scrittura di due mesi a Dusseldorf in Germania con un successo che non vi sto a dire. Suonavamo ininterrottamente dalle cinque del pomeriggio alle due del mattino per 5.000 lire al giorno! Ma credetemi se vi dico che tornammo a Roma pure con qualche soldarello da parte. Era l'anno dell'invasione russa in Ungheria.

Al Festival Internazionale del Jazz di Mosca nel 1957 al quale iscrissi la "Seconda Roman" ci andai con due sostituti: Sergio Farinelli un trombettista raffinatissimo di Torino e Claudio Clerici il batterista della famosa "Original Lambro Jazz Band" di Milano.

Questa "nuova" Seconda Roman messa su durante i nove giorni di viaggio, provando notte e giorno sulla nave "Pobieda" fu così brava al Concorso che vinse la medaglia d'oro classificata su 17 nazioni partecipanti!

Due anni dopo nel 1959, bis al Festival del Jazz di Vienna dove era rientrato Piero Saraceni alla tromba e alla batteria sedeva Sergio Pissi un bravissimo musicista che dopo pochi anni andò a suonare in California.

A Vienna portai con noi un giovane cantante sconosciuto che di strada ne avrebbe fatta tanta: Jimmy Fontana. Risultato? Medaglia d'oro alla band come prima classificata e in quell'operazione polverizzammo una "Skiffle Band" che si dava un sacco di arie perché veniva da New Orleans!

Con una parte di quella "Seconda Roman" rinforzata dal più bravo trombonista italiano, Lucio Capobianco, e da Lello Mango, un clarinettista "ruspante" ma che sembrava il fratello di latte di Johnny Dodds, con Saraceni e  Adriano Mazzoletti  sfilammo suonando con onore in Canal Street, a New Orleans, nel Festival del Jazz che la città aveva organizzato per il ritorno a casa di Louis Armstrong.

Così ebbi modo di suonare con lui dopo tanti anni.

Dopo quella fortunata spedizione in America, era il 1968, mi arrivò dal Sindaco della città il Diploma di Cittadino Onorario, la Bandiera e le chiavi d'oro della Città. Quello è stato il mio "sessantotto"!

E con la "Seconda Roman" facemmo un'esperienza che mai nessuna jazz band aveva tentato: inserirsi in uno spettacolo di prosa. A Torino al Teatro Stabile Gobetti, con la regia di Gianfranco De Bosio, ci cimentammo in un ruolo veramente inusitato: quello di attori-musicisti e la difficoltà, potete ben capirlo, era rappresentata dalla prima delle interpretazioni . Recitare e suonare insieme era un'esperienza nuova per una jazz band. La "pièce" era "Il ballo dei ladri" di Anhouil. Avrei dovuto "aggiornare" la band a causa dell'improvvisa "defaillance" di Piero Saraceni che nella banca aveva fatto carriera e non poteva per nessuna ragione mollare lo sportello. Presi con me Massimo Catalano, una tromba molto personale dalla impostazione "beiderbechiana" che allora non era stato ancora scoperto da Arbore per quel suo "filosofare" che gli diede molto successo. Quindi Cantini, Sanjust, De Luca e Sergio Pissi e la "banda dei ladri" era al completo.

Poi anche questa ennesima "Seconda Roman" cominciò a sgretolarsi e i migliori, come Gianni Sanjust, si misero in proprio come era naturale che accadesse.

Ma io non mi fermai certamente e continuai con l'entusiasmo e l'energia che ancora oggi a 83 anni il Signore mi fornisce, a metter su Jazz Band.

Dirvi quante "Seconde Roman" abbia formato negli ultimi trent'anni è praticamente impossibile! Trenta? Quaranta?...Certo di più e non di meno. E siccome mia socia, da quando ho cominciato, è stata la Signora Fortuna, vi confesso che nessuna band ha fatto rimpiangere quella che l'aveva preceduta. Ho scoperto tanti nomi nuovi, gli ho tenuto la scala per salire e il resto lo hanno fatto loro.

                                                                                                               

                                                                                                CARLO LOFFREDO (Novembre 2007)

 

 

 

   

Clicca sulla foto per il video della Roman New Orleans Jazz Band        Clicca sulla foto per il video della Seconda Roman New Orleans Jazz Band