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SWING! SWING! SWING!

 

Quando negli anni ’40, subito dopo la liberazione, i marines arrivarono in Italia, oltre alle sigarette, alla frutta sciroppata e alle scatolette di carne, ci regalarono i V-disc che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva fornito loro perché avessero potuto trascorrere in serenità le ore di svago (che in realtà furono molto poche). Questi dischi a 78 giri per la maggior parte erano stati incisi da centinaia di orchestre swing che andavano di moda e imperversavano in quegli anni.
Questi dischi si chiamarono “V disc” dove la “V” stava per “Vittoria” (un incentivo a vincere la guerra, cosa che avvenne con non poche difficoltà nel 1945).
Lo “Swing” era nato negli anni ’30 e si era sviluppato pian pianino nel corso degli anni che erano stati molto duri per la popolazione e l’economia americana che per anni risentirono delle conseguenze della crisi economica che aveva travolto il paese fin dal 1929.
Il tutto era cominciato anni prima quando alcuni pionieri del jazz che negli anni ’20 erano poco più che ventenni,nei primi anni ’30 cominciarono a mettere insieme degli organici più numerosi e più organizzati con fior di arrangiatori che si prodigavano perché i numeri musicali avessero successo.
E fu così che cominciò la “Swing Era” e i suoi principali rappresentanti furono Benny Goodman, Harry James, Gene Krupa, Duke Ellington, Count Basie, Artie Shaw, Tommy & Jimmy Dorsey, Glenn Miller….
E furono proprio le note di Glenn Miller che risuonarono nelle sale cinematografiche nell’immediato dopoguerra nel film “Serenata a Vallechiara” proiettato in versione originale con i sottotitoli in italiano (il doppiaggio non era ancora stato ripristinato). Quindi per la prima volta si ascoltarono le note di Moonlight Serenade, di Chattanooga Choo Choo, di I Know Why, di In the Mood (questi ultimi tre scritti da Harry Warren). E a proposito di Harry Warren, lo sapevate che era figlio di calabresi e che in realtà si chiamasse Salvatore Guaragna?
Al contrario del jazz degli ultimi decenni, lo Swing all’epoca si poteva ballare ed erano stati costruito degli enormi “ballroom” che potevano contenere fino a tremila persone. Uno degli ultimi locali da ballo newyorkesi il “Roseland Ballroom” fu abbattuto nei primi anni ’70 lasciando un grande vuoto fra coloro che per decenni avevano danzato.
I balli che allora andavano di moda erano il “Lindy Hop” (ispirato alla traversata di Lindberg del 1927), il “Boogie Woogie” (nato come musica pianistica negli anni ’20) e lo “Swing Crash”.
Il “Rock’n Roll” non aveva ancora fatto il suo ingresso sulla scena musicale. E’ solo nella seconda metà degli anni ’50 che arriva prepotentemente anche da noi in Italia ma mancò di originalità nei passi di danza e si rifece quasi esclusivamente ai passi del “Boogie Woogie”.
Non dimentichiamoci inoltre che fu Benny Goodman a superare le barriere razziali organizzando nel 1938 un grande concerto alla Carnegie Hall di New York mettendo assieme musicisti bianchi e musicisti neri (di cui ricordiamo il vibrafonista Lionel Hampton e il pianista Teddy Wilson.
Quell’evento fu poi ricordato nel film “Il re del jazz”(The Benny Goodman Story” diretto nel 1955 da Valentine Davis con Steve Allen nella parte del grande clarinettista e Donna Reed.
Tra i film biografici dedicati ai “re dello swing” vorremmo ancora ricordare il bellissimo “The Glenn Miller Story” (La storia di Glenn Miller) diretto nel 1954 da Anthony Mann con un superbo James Stewart; “The Fabulous Dorseys” diretto nel 1947 da Alfred A.Green con Tommy e Jimmy Dorsey che interpretarono loro stessi e “Gene Krupa Story” di Don Wise del 1959 con Sal Mineo.
Sono trascorsi alcuni decenni da quando lo “Swing” non va più di moda ma c’è sempre qualcuno che non lo ha dimenticato e fa in modo che venga riproposto come in questo caso per assaporarne la bellezza, l’energia, la magia del jazz di quegli anni.

 

                                                                                                                                LINO PATRUNO

 

 

 

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