THE BLACK SWING MUSICIANS
(Duke Ellington, Count Basie, Lester Young, Joe Newman, Buddy Tate, Earle Warren, Clark Terry, Lionel Hampton)
La prima big band che ascoltai nella mia vita fu quella di
Duke Ellington che venne spesso in Italia. La vidi a Milano un paio di volte ma
se devo esser sincero non ho mai “parteggiato per il Duca”. Di Ellington amo
soltanto il primo periodo, vale a dire quello dei Washingtonians che va dai suoi
inizi fino ai primi anni ’30, e poi prediligo molto di più le sue composizioni
che le sue esecuzioni. L’ultima volta che lo ascoltai fu nei primi anni ’70 a
New York al Roseland Ballroom prima che lo buttassero giù. Quella sera nel noto
locale storico newyorkese c’era una serata danzante con tre big band; oltre a
quella di Ellington c’erano quelle di Count Basie e di Woody Herman. Arrivarono
tremila persone che si buttarono nelle danze come forsennati. Che spettacolo,
ragazzi! Una meraviglia!
Rividi Count Basie al Festival di Nizza a metà degli anni ’70. Aveva come
batterista Butch Miles allora giovanissimo che faceva faville e la band era di
prim’ordine.
Una cenai con lui, Joe Venuti, Dizzy Gillespie e Eubie Blake ma di questa cena
ne parlerò più avanti.
Penso che la band di Basie sia stata l’orchestra swing per eccellenza e dal
sound irripetibile; il pubblico ai suoi concerti non riusciva a star fermo.
Count Basie, che era nato nel New Jersey nel 1904, si trasferì a Kansas City nel
1927 e lì cominciò a suonare il pianoforte nei cinema per accompagnare i film
muti. Dal 1928 iniziò entra a far parte dei gruppi locali come i Blue Devils del
contrabbassista Walter Page e la Kansas City Orchestra di Benne Moten. Dagli ’30
in poi i grandi successi prima con i Kansas City Seven, poi con la sua
orchestra. Lui morì nel 1984 ma lo swing era sparito dal jazz molto tempo prima
della sua scomparsa, e non solo lo swing ma il jazz stesso!
Dei musicisti della band di Basie una sera a Milano al Teatro di via Manzoni
ascoltai Lester Young accompagnato da una ritmica francese facente capo al
pianista Renè Urtreger e qualche anno più tardi conobbi a Nizza il
tenorsassofonista Buddy Tate che poi rividi al Festival di Lugano.
Sempre a Nizza una sera fui invitato a suonare con la Milan College in un party
al Frantel Hotel organizzato da George Wein per i musicisti del Festival. Che
emozione suonare davanti a tutti quei mostri sacri! Non ricordo di aver suonato
in altre occasioni con più swing di quella sera! L’atmosfera era talmente
rovente che Joe Newman salì in camera sua per prendere la tromba e suonare con
noi.
Negli anni ’80 a Lugano invitai il sassofonista Earle Warren a prender parte al
mio show televisivo dedicato a W.C.Handy, il padre del blues. Alla trasmissione
presero parte anche il contrabbassista Jommy Woode, il chitarrista cantante di
blues “Philadelphia”Jerry Ricks, il trombettista Oscar Klein e il pianista
Romano Mussolini. Earle Warren aveva suonato con Count Basie fin dal 1937 e in
quel periodo si era trasferito dagli Stati Uniti in Svizzera.
Al Festival di Mosciano negli anni ’90 invitai un altro grande “basiano”, il
trombettista Clark Terry, considerato una delle grandi trombe della storia del
jazz e quella sera il successo fu strepitoso.
A Milano all’Olimpia, a Nizza al Festival, a Berna, a Roma al Teatro Sistina
ascoltai l’orchestra di Lionel Hampton. Hampton è stato il musicista più
instancabile che abbia conosciuto. Ricordo che a Nizza, dopo due “massacranti
concerti” (al pomeriggio e alla sera) riusciva a raggiungere il palco dove si
teneva l’ultima jam session per unirsi ai musicisti. Lo rividi a Berna nel 1984
in occasione del Festival del Jazz.
Oltre ai concerto a Berna suonavamo anche nel jazz club attiguo al nostro
albergo e una sera, mentre assorto stavo suonando un mio assolo di chitarra,
senza alzare gli occhi, sentii entrare della gente che si sedette di fronte a
me. Alla fine del mio assolo ringraziai agli applausi con un cenno del capo e mi
accorsi che di fronte a me in prima fila c’era Lionel Hampton ad applaudirmi.
L’ultima volta che lo vidi fu negli anni ’90 al Teatro Sistina di Roma e provai
un grande dolore nel vederlo entrare in scena con le stampelle, raggiungere il
vibrafono e suonare solo poche note; la mente però era lucida e me ne accorsi
perché dopo il concerto cenammo assieme nel ristorante del suo hotel. Con noi al
tavolo c’erano il bassotubista Sam Pilafian e il chitarrista Frank Vignola con i
quale strinsi una grande amicizia.
LINO PATRUNO


