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PERCHE’ DOPO 50 ANNI NON HO PIU’ ACQUISTATOMUSICA JAZZ”

 

Ebbene si! Sono trascorsi 50 anni dal tempo in cui timidamente mi stavo accostando alla musica che sarebbe stata la ragione della mia vita: il jazz che ancora oggi mi entusiasma come, se non più di prima. Ricordo che, su consiglio di un amico, acquistai la rivista "Musica Jazz” e da allora l’ho sempre acquistata tutti i mesi e nel corso degli anni non vedevo l’ora che uscisse in edicola per divorarla con gli occhi. Attraverso la rivista conobbi dapprima Pino Maffei, uno dei redattori, poi Arrigo Polillo e Giancarlo Testoni che la dirigevano con grande impegno, amore e professionalità.

Ma quella era un’altra musica, che non ha niente a che vedere con il jazz di oggi, vale a dire con quel che oggi chiamano jazz e che è lontano mille miglia dalla musica della città del Delta, della South Side di Chicago, di Harlem a New York. Il jazz oggi ha perso il suo smalto, il suo linguaggio, i suoi colori, i suoi sapori, il suo rapporto con la storia. I musicisti di oggi non solo non conoscono il jazz di ieri e la sua storia ma addirittura lo detestano soprattutto perché non è suonato a 50 note al secondo, che è poi la regola odierna. I musicisti si distinguono soprattutto se sono più o meno veloci, quasi si trattasse di uno sport e quello è il loro limite; di melodie non ne vogliono neanche sentire parlare, di spettacolo tantomeno e si accostano sui palcoscenici quasi sempre ineleganti e inadeguati a stare di fronte a una platea; non presentano mai quel che suonano e cominciano le loro performances suonando in tutto tre o quattro brani della durata di 15/20 minuti ciascuno non certo per la gioia degli spettatori che invece si spaccano le palle ad ascoltare quella musica che sembra piaccia soltanto a chi la suona.

Alcuni giorni fa, prima al telegiornale, poi in un servizio sulla rete satellitare “Cult”, ho assistito alla performance di un gruppo che questa estate si è esibito in un festival estivo portando sul palcoscenico dei pastori che appena iniziata la musica hanno iniziato a mungere alcune pecore debitamente scaricate da un camioncino sul palcoscenico. Non riuscivo più a trattenere il riso mentre davo la notizia per telefono ai miei colleghi.

Ebbene su “Musica Jazz” l’avvenimento è stato recensito come se si trattasse di un fatto più o meno normale.

E a questo punto ho deciso di non acquistare più questa rivista che rispetto a quella che leggevo una volta è diventata un’altra cosa che a mio avviso con il sottoscritto e con quel che io intendo per jazz non ha più nulla a che fare. E’ molto meglio rifugiarsi nel passato e riascoltare i dischi che colleziono da decenni e che sono diverse decine di migliaia. Molti di questi non li ho ancora ascoltati e invece di perder tempo con le novità (me ne arrivano tante...) sarebbe tempo che me li gustassi come davanti a una bibita fresca quando fa caldo.

 

                                                                                                                                                                           

                                                                                                                                     Lino Patruno (2004)

 

 

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