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Stavamo riflettendo sull'importanza della storia nelle altre arti e ci è venuto in  mente che la Letteratura tiene conto soprattutto delle origini (Dante, Petrarca, Il Dolce Stil Novo, Machiavelli....), che la Musica Classica viene celebrata attraverso concerti dedicati a Bach, Vivaldi, Mozart, Pergolesi..., che l'Opera continua a rappresentare Verdi, Rossini, Puccini..., che l'Arte rilegge continuamente le opere del passato (Giotto, Pier della Francesca, Leonardo...) e che il cinema proietta nelle rassegne e in TV le opere del passato (Cine Classic, Universal, Rai Sat Cinema), e mi sono chiesto  come mai la Storia del Jazz (che oramai ha compiuto 100 anni di vita) sia pressoché sparita dai Festival italiani e sopratutto dalla penna dei giornalisti (a parte Adriano Mazzoletti e pochi altri). Non parliamo poi delle oramai illeggibili riviste del settore e dei siti internet (Giorgio Lombardi dovette discutere animatamente con Filippo Bianchi per fargli pubblicare su “Musica Jazz” la recensione del concerto dei 50 anni di attività di Lino Patruno all'Auditorium che fu poi pubblicato in maniera ridotta). Ci sembra quasi che la musica che rappresentiamo venga snobbata, rifiutata, invidiata per il successo che sempre e dovunque ottiene.

“Jazz Me Blues” si rivolge a coloro che continuano a sostenere la storia del jazz nel nostro paese e che credono fortemente nel valore artistico della nostra musica lontana mille miglia da quel “jazz spaghetti” che imperversa nel nostro paese in quanto “di moda” e che non è altri che uno sport in cui vince chi fa più note al secondo: quelle inutili note imparate nelle scuole di jazz che (a parte qualche sporadico caso, vedi “Musica Oggi” di Milano grazie a Maurizio Franco, Rossano Sportiello e Paolo Tomelleri) non servono ad altro che a creare degli automi musicali senza alcuna base storico-culturale.

Pensiamo che un musicista di jazz, per esser ritenuto tale, dovrebbe sempre aver presente le parole della nota canzone di Ellington “It Don’t Mean a Thing (If It Ain’t Got That Swing)", che più o meno significa “se non c’è swing non ci può esser jazz” e di swing, a parte i musicisti di jazz classico, negli ultimi 30 anni ne abbiamo sentito molto ma molto poco.   

 

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